
La pedagogia, come scienza che si occupa del ciclo vita e della crescita e formazione dell’uomo, si interessa ed analizza anche la terza età. È solo negli ultimi decenni che pedagogisti ed educatori entrano negli RSA o nelle case di cura. Questo perché si è preso coscienza che, giunti ad una certa età quando una malattia od un semplice raffreddore può compromettere gravemente lo stato di salute e/o la propria autonomia, è importante prendersi cura non solo dell’aspetto medico, ma anche di quello relazionale, umano, interiore.
Se è difficile per i parenti di un uomo anziano l’accettazione di un cambiamento radicale come la perdita della propria autonomia (es. motoria), possiamo solo immaginare quanto sia difficile per la persona stessa. L’accompagnamento verso la fine, l’aiuto, l’ascolto, la pazienza, l’accoglienza sono tutte peculiarità del lavoro educativo con la terza età. L’educazione ha infatti a che fare con tutte le età della nostra vita, essa ci caratterizza in ogni esperienza, in ogni fase e cambiamento; si pensi solo ad un’esperienza informale nuova, un corso, una conoscenza, un nuovo apprendimento, essi ci educano… tirano fuori qualcosa di noi. Ciò vale ugualmente per la terza età, essa può essere un’occasione ancora di educazione, ancora di scoperta di sé, ancora di resilienza. Pensata così, doniamo a questa età, alla vita in sé, un immenso valore.
La solitudine è la malattia più brutta della terza età. Quella silenziosa ed invisibile, la più temuta da tutti. Spesso il compagno/a di una vita ci ha già lasciato, i figli i parenti i nipoti hanno i loro impegni: lavoro, famiglia, progetti. Molte ore della giornata trascorrono in una solitudine forzata, i pensieri viaggiano, la mente si chiude, forse si paralizza, lo sguardo è fisso nel vuoto, la sensazione dell’inutilità, i dolori corporei, la frustrazione del non riuscire più ad essere completamente autonomi, e la malinconia, i ricordi di un passato lontano… spegnersi per non sentire più questo dolore lancinante? Che cosa può salvarci da questa ostinata malattia invisibile?
È importante lavorare ancora sulle relazioni, creare una sintonia emotiva con l’anziano, ascoltarlo, capirlo. Ancora una volta, le emozioni, il riconoscimento, l’espressione e il vissuto di esse, sono qui fondamentali. Uno stato di dipendenza può essere faticoso e frustrante da accettare, ma se si instaurano relazioni emotivamente sintonizzate, tutto potrà essere più semplice. Un altro strumento utile è la saggezza, essa può aiutare a mantenere e rafforzare la propria autostima. Chi ha un’età avanzata, ha sempre qualcosa da raccontarci, ha vissuti pregni da cui altri possono imparare e fare tesoro. Il lavoro educativo in questa fase ha molto a che fare con i vissuti individuali, con le storie di vita, con le epoche vissute. Essere ancora una scoperta per sé e per gli altri… questo ci può sempre salvare.

Davvero interessante
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Grazie 😊
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