CONDONIAMO LE DOLCI VIOLENZE

Recentemente mi è capitato di assistere ad un paio di episodi in cui dei bambini che piangevano avevano come consolazione un adulto che diceva loro “non piangere! non piangere che dai fastidio”, senza un abbraccio, senza una nota di comprensione per lo stato d’animo dei bambini.

Episodi come questi sono all’ordine del giorno nei servizi educativi. A chi pensa “Non è vero” o “io non l’ho mai fatto” esprimo il mio sincero rammarico per l’inconsapevolezza e l’anestetismo che lo contraddistingue in un qualsivoglia esercizio di autocoscienza. Dobbiamo essere sinceri: “non piangere”, “smettila di urlare”, “stai fermo” lo abbiamo detto tutti almeno una volta ai bambini, qualcuno in realtà lo dice anche agli adulti: se ci pensate bene è sintomo di un’educazione emotiva e sentimentale appresa, qualcuno deve averglielo detto spesso a queste persone che NON SI PIANGE! Qualcuno di cui si fidavano, a cui volevano bene.

Ma che significato consolatorio può avere l’imperativo negativo?

La consolazione dovrebbe partire dal riconoscimento delle emozioni dell’altro, empatizzando, comprendendo e infine sostenendo con la propria presenza, fisica e/o emotiva. Il lessico della consolazione dovrebbe essere “ti ascolto”, “sono qui”, “raccontami”, “ti capisco”, mentre il lessico corporeo dovrebbe contenere uno sguardo presente, un contatto sensibile, una carezza, una stretta di mano, un abbraccio, un respiro lungo e disteso per aiutare l’altro a lasciare andare. Tutte queste qualità non ci sono date per natura, esse si acquisiscono durante il proprio sviluppo emotivo e relazionale, all’interno della propria storia di vita. Dunque, se non ci è mai capitato di sperimentare una consolazione autentica, non potremo mai sostenerne una; essa richiede un profondo lavoro su di sé, una consapevolezza di ciò che si sente ed una sensibilità nel comprendere le altrui emozioni, che sono appunto altro da me. Insomma, sono tantissime cose da imparare, è sicuramente più facile tornare all’imperativo categorico: “Non piangere!” che poi… magari ti abbraccio anche, ma non piangere è la regola.

Ciò vale anche per altri imperativi: “stai fermo”, “mangia”, “stai seduto”, “devi dormire”.

Muoversi, come dormire, nutrirsi, dormire, sono bisogni primari. Che cosa comunichiamo quando ad un bambino diciamo come deve gestirli? Che il comportamento giusto è quello: non piangere, stare fermo, seduto, mangiare e dormire quando lo decidiamo noi. I bambini cercheranno sempre di esaudire le volontà e i desiderata degli adulti di riferimento, vogliono il loro affetto e la loro approvazione anche prima della soddisfazione dei propri bisogni. Li addestriamo insomma, ad essere come è più facile per sopravvivere in una società emotivamente analfabeta in cui l’espressione dei propri bisogni e delle proprie emozioni deve essere sedata, ignorata, non riconosciuta.

Ho pensato se, per rendere l’idea della dolce violenza, facessi il seguente esempio ad un adulto: “se te lo dicessero a te che non devi piangere, devi mangiare e devi stare seduto, cosa proveresti?”. Mi sono detta inizialmente che provocherebbe un’immediata reazione di sgomento, rabbia, ribellione del tipo: “io faccio come voglio!”. Ho però poi pensato, sul concreto, alle persone con cui parlo e mi sono resa conto che esistono persone che non si ribellerebbero, che potrebbero, anzi, davanti ad alcuni imperativi tacere, eseguire, silenziosamente e controvoglia esaudire il comando. Sono questi gli adulti che vogliamo? Dobbiamo arrivare a pagare uno psicoterapeuta dopo i 30 per avere una prima esperienza di consolazione e rassicurazione profonda? Passare anni in terapia per capire chi siamo e come affermarci nel mondo?

Io ho un’altra idea invece: agiamo la consolazione e il riconoscimento dei bisogni (anche emotivi) fin dalla prima infanzia. Abbracciamo i bambini che piangono, ma anche quelli arrabbiati, guardiamoli negli occhi, diciamogli che siamo lì con loro e che condivideremo quella sofferenza e la lasceremo andare insieme. Insegniamo loro che va bene piangere, ci può essere un tempo anche per quello, che va bene non stare seduti, che il movimento e il piacere del corpo è nutrimento, sollievo, apprendimento ed esperienza. Ma prima, facciamolo con il nostro bambino interno, coccoliamolo, consoliamolo, prendiamocene cura, altrimenti non saremo capaci di farlo con i bambini e nemmeno con gli adulti. Sì, abbracciamo anche gli adulti, i genitori, i nonni, i partner, guardiamoli, riconosciamoli e diamogli lo spazio della comprensione, ascoltiamo quello che sentono.

Aiutiamoli ad essere visti, è questo il mandato educativo.

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