Il fenomeno dello Shareting fa riferimento alla pubblicazione e condivisione on line da parte dei genitori di contenuti che riguardano i propri figli.
È un fenomeno molto attuale, cui stiamo problematizzando e indagando gli effetti sulla realtà e sugli individui solo ultimamente. Per capire quali saranno gli effetti a lungo termine è ancora presto, ciò che possiamo fare ora è osservare con gli strumenti e le conoscenze che abbiamo.
Ci dobbiamo chiedere innanzitutto “perché” i genitori agiscono lo shareting? Che senso ha per loro? Quali conseguenze sulla relazione con il bambino? Quali pericoli si corre ad attuare una condivisione costante della vita dei propri figli? Quali sono i limiti da rispettare, se esistono?
I genitori condividono foto e video dei figli con valore informativo, quando, per esempio, la condivisione avviene con i medici, gli specialisti etc. Questa abitudine è stata consolidata nel periodo pandemico, fase in cui le restrizioni hanno modificato le modalità di visita per molti pediatri e specialisti. L’abitudine sembra essere rimasta e normalizzata come modalità di diagnosi o consulti. Capita spesso che i genitori inviino tramite whatsapp le foto di esantemi e simil al proprio pediatra senza portare il bambino alla visita.
Sempre in pandemia la ricerca in rete di risposte, diagnosi e consigli si è amplificata, non solo cercando ma anche mostrando e condividendo. Il senso è : “sto facendo così col mio bambino, va bene?”.
Soffermiamoci ora sull’azione della condivisione in rete che non riguarda l’aspetto informativo ma la condivisione di vita quotidiana. C’è qui un evidente bisogno del genitore di avere conferme, rassicurazione, approvazione e forse un sottinteso senso di inadeguatezza che alimenta il senso di colpa.
L’obiettivo è dunque mostrarsi come un bravo e buon genitore, per farlo si ha bisogno di un pubblico e dunque la necessità di condivisione per creare un rinforzo di approvazioni.
Genitori che portano al parco i bambini, che gli comprano il gelato, che li aiutano con i compiti, che filmano i bambini che fanno i propri bisogni sul vasino, addirittura genitori che consolano bambini piangenti e disperati, non mancano dichiarazioni di affetto che i bambini esprimono per la mamma o il papà etc.. In questa condivisione ed esposizione continua e quotidiana l’intimità della relazione sembra venire a mancare. Tra uno e l’altro c’è sempre uno smartphone, lo sguardo attivo è mancante, la comprensione emotiva del genitore anche, tutto viene filtrato dal dispositivo che immediatamente condivide e rende quei momenti importanti unicamente per l’approvazione e la reaction dei seguaci. È la ricerca di conferme, la ricerca di qualcuno che dica al genitore: “che bravo che sei”, “che bel bambino che hai”.
Ma abbiamo pensato a quando si fanno le foto ai bambini? Spesso vengono fatte quando il bambino è particolarmente “carino”, ben vestito, magari ha fatto una costruzione bella, è buffo, insomma quando fa qualcosa che può essere considerato in positivo. Il bambino, in questo modo, associa la positività alla condivisione: il bambino può essere mostrato solo se si comporta bene. Il pensiero è: “questa cosa che sto facendo è interessante perché la mamma/il papà la sta fotografando, la sta mostrando, condividendo, è questo l’atteggiamento che devo attuare per avere l’approvazione della mamma/papà”. Se un pensiero del genere è naturale in un bambino è invece preoccupante in un adulto. Il primo sta costruendo la sua personalità e sta cercando di capire come ci si comporta nel mondo per stare bene, utilizzando imitazione ed accomodamento, analizzando le reazioni alle sue azioni nell’ambiente in cui vive. Il secondo invece dovrebbe avere una personalità già formata, dovrebbe avere gli strumenti per capire che l’approvazione di un pubblico che non è realmente in relazione profonda con lui è vacua.
Un’altra osservazione è urgente. Mentre i bambini non possono fare le foto agli adulti, gli adulti possono farle ai bambini. Il bambino è sempre dall’altra parte dell’obiettivo. Tu puoi farlo a me ma io non posso farlo a te. Non c’è alcuna attività in questo schema, il bambino è un mero oggetto passivo, non si può sperimentare nel ruolo inverso. Questo desiderio di ribaltamento, di messa alla prova “nei panni di” è confermata nel momento in cui questi bambini portano nel gioco simbolico quest’azione. Vediamo dunque bambini che, con un cellulare finto in mano, ordinano ad altri bambini di mettersi in posa, di ballare perché “sto facendo un video”(preciso che nel gioco spontaneo i bambini portano il proprio mondo, il proprio vissuto interiore).
Lo shareting in questo senso sostiene e si colloca in quella che possiamo definire la Cultura della performance. Nella cultura della performance l’importanza è data al fare, all’immagine, ad apparire in un certo modo, socialmente apprezzato e accettato. C’è qui una sollecitazione continua allo stare bene a tutti i costi, dove tutto deve essere bello e performante. Non c’è spazio per l’imperfezione, per le problematiche, tutto è camuffato e condiviso in uno spazio controllato e manipolato.
Questo tipo di esposizione continua toglie spazio all’intimità ed è nell’intimità che accadono le cose.
Un’altra osservazione che possiamo fare è rivolta al tema della sicurezza. Le Immagini una volta pubblicate sono già in mano di tutti e chiunque potenzialmente può acquisirle, inoltre attraverso la geolocalizzazione stiamo dicendo dove sono i bambini. Il pericolo pedopornografico è sicuramente uno dei più gravi, si pensa non il più comune solo perché non è visibile, ma c’è ed esiste.
Proviamo a pensare ora agli adolescenti del futuro: le loro immagini d’infanzia saranno in circolazione, tutti potranno consultarle, in questo caso situazioni di imbarazzo ma anche fenomeni di cyberbullismo sono ipotesi verosimili.
Dobbiamo chiederci ora: “Se fossimo noi dietro quell’obiettivo? Ad esempio, sul water, mentre stiamo dormendo o stiamo mangiando?” siamo tanto rispettosi e gelosi della nostra immagine, ma con quella dei bambini lo siamo altrettanto?
Urge promuovere un’idea di bambino e una cultura dell’infanzia dove il bambino è considerato come una persona con una propria dignità degna del nostro rispetto e di tutela da parte degli adulti.
Offrire uno spazio sicuro dove crescere, una relazione affettiva profonda, una base sicura per sperimentare e sperimentarsi, conoscersi e conoscere il mondo in maniera autentica. Questo è ciò di cui i bambini hanno bisogno.
Dovremmo forse mettere i bisogni dei bambini prima dei nostri e indagare questi ultimi, soddisfacendoli senza strumentalizzare l’immagine dei bambini, che non sono proprietà e neppure un prolungamento dei propri genitori.
