LA CURA DI Sè PER AIUTARE L’ALTRO E PER PREVENIRE IL BORN OUT NELLE PROFESSIONI EDUCATIVE
Quando siamo esauriti dovremmo continuamente domandarci se dietro la nostra azione si cela un cattivo modello di vita. Può farmi molto male l’essere costretto a scoprire che non sono i miei alti ideali ad affaticarmi, ma che è l’ideologizzazione delle mio modello di vita che scompiglia le sorgenti interiori.
Anselm Grün
Il lavoro dell’educatore è forse una delle professioni meno considerate a livello istituzionale e di comune conoscenza, è anche uno dei lavori più usuranti e a rischio Born Out. L’educatore di comunità o quello di strada, chi accoglie i minori o chi le dipendenze, ognuno ha il suo diverso carico ma il mandato è comune: prendersi cura dell’altro. Il concetto è semplice: non ci si può prendere cura dell’altro se prima e durante non ci si prende cura di sé.
L’educatore in relazione è giusto e auspicabile che si prenda cura di sé in primis, come persona e come educatore. È buono per la relazione educativa che chi guida abbia una visuale buona e non annebbiata, che conosca la strada o almeno la meta.
La cura di sé è la condizione che ci permette attuare correttamente la cura dell’altro. Non a caso, nell’ambito delle scienze della salute e dell’educazione, una delle prospettive etiche che si sta sviluppando maggiormente è l’etica della cura, la cosiddetta caring ethics.
La cura di sé costituisce un’esigenza etica. Ciascuno è responsabile del proprio benessere fisico, psichico, sociale e spirituale, tuttavia non tutti hanno le stesse possibilità né le stesse condizioni naturali. L’etica non può limitarsi alla sfera dell’io: infatti raggiunge un senso pieno solo quando si apre la sfera degli altri, quando si trasforma in responsabilità come risposta attiva ed efficace ai bisogni dell’altro.
Capita a molti nel lavoro, di sentirsi emotivamente professionalmente svuotati. È importante, rispetto a ciò, domandarsi qual è il senso del proprio lavoro.
Bisogna cioè imparare a badare un po’ più a sé stessi, guardarsi allo specchio con sincerità, non chiudersi dentro ruoli improbabili, come quello del «salvatore», che allontanano dalle parti più vere di sé. Bisogna riappropriarsi di sé, della propria vita, mettere in atto una serie di attenzioni nel lavoro e di sane attività fuori dal lavoro.
È importante anche trovare qualcuno con cui parlare, che capisca il problema e che ci possa aiutare. A volte un gruppo di supporto è come un contenitore protettivo e accogliente, un luogo sicuro in cui ritrovare sé stessi, un diverso punto di osservazione sul lavoro che si fa. Amare un po’ più sé stessi non è una scelta egoistica. I miglioramenti si vedranno anche nella relazione con coloro che vogliamo aiutare, perché a loro arriverà il meglio di noi.
Per prevenire qualunque tipo di disagio personale legato al proprio lavoro è opportuno mettere l’accento su ciò che sono i fattori individuali in gioco, e su questi bisogna lavorare. È importante amare se stessi, volersi bene, avere a cuore la propria salute, quella del proprio corpo come quella della mente e dello spirito. È indispensabile migliorare la conoscenza di sé, a tutti i livelli, conoscere i propri punti di forza, i lati più deboli e più vulnerabili, pregi e difetti.
Nel ruolo che i vari eventi di vita hanno sullo stress, un’attenzione particolare viene oggi posta sul modo in cui la singola persona affronta ciò che gli sta capitando, su come valuta la situazione, sull’importanza delle risorse sulle quali può contare, a livello personale e sociale, e sulle strategie da mettere in atto.
È desiderabile che l’educatore, in quanto persona, in quanto essere umano coltivi la propria unicità e la propria interiorità, maggiormente ancora se si parla di professioni a rischio, come quella dell’educatore. L’altro, in questo senso è strumento di conoscenza per se, è rispecchiamento, è diversità.
La conoscenza di sé è sempre dolorosa, ma è anche liberatoria e arricchente: ci invita a scoprire i veri bisogni dietro tutte le razionalizzazioni. Ci sono persone, ad esempio, che aiutano gli altri non perché trovano gioia nell’aiutare, ma perché si sentono obbligate a pagare un debito, a riparare qualcosa. Sono mosse da sensi di colpa che le porta a non avere il senso dei propri limiti, a fare sempre di più, a compiere prestazioni che oltrepassano le loro forze, illudendosi in questo modo di liberarsi da questo spiacevole sentimento. Fare qualcosa che contraddice la propria immagine interiore e veritiera provoca il riemergere di forti sentimenti di colpa, che tolgono energia e gioia di vivere.
Sembra paradossale ma l’interiorità si coltiva proprio all’interno delle relazioni. La nostra capacità di metterci in contatto con noi stessi e con la nostra interiorità, lungi dall’essere un’esperienza in cui siamo soli e stiamo a noi stessi in uno stato di autosufficienza, è, al contrario, un evento che si realizza all’interno di un contesto che si profila sempre di natura relazionale.
