Milano, 12 Marzo 2020,
diciottesimo giorno di chiusura (o sospensione) dell’asilo nido. Siamo in quarantena.
All’inizio, quindici giorni fa’, la percezione del pericolo non era evidente, anzi. Le notizie arrivavano a scaglioni, di giorno in giorno, si avevano informazioni ambigue, aumentavano i giorni di chiusura della struttura, ma in che forma? Ancora non si sa. Ora sappiamo che il 3 aprile (forse) rivedremo la nostra utenza, le famiglie, i bambini e i genitori che da due settimane sono chiusi in casa.
In questi giorni ho sperato in una buona notizia, un rallentamento del contagio, qualcosa che cambiasse, che ci facesse tornare alla normalità. Manca la quotidianità, manca il lavoro, il lavoro che ho scelto, che amo. Mi manca il mio sottogruppo di bambini, tutti un po’ speciali; mi mancano le urla e le risate, anche i pianti, e pure i nasi che colano. Mi manca la sorpresa nei loro occhi, lo stupore nella scoperta, le piccole conquiste, lo sviluppo evidente delle loro caratteristiche, tutte uniche e un po’ comiche.
Ognuna di noi se li immagina questi bimbi.. “cosa staranno facendo..?” “che cosa staranno capendo della situazione?” “i genitori che cosa gli hanno raccontato?”. E quando (speriamo) torneremo alla normalità…“che cosa ci diranno?” “Che cosa gli diremo?”
Ecco.. una riflessione è doverosa.
Se è il nido un servizio educativo che accoglie le famiglie, allora non potrà che essere il luogo della ricongiunzione, dell’accoglienza, dell’ascolto.
Siamo chiamati, fra qualche settimana, a raccogliere e risaldare ciò che questo periodo di emergenza ha forse rotto. Proviamo a pensare ai bambini, alla funzione della routine nei servizi, alla sicurezza che gli dona; ora è spezzata, in un tempo senza tempo. Una vacanza senza vacanza, con la mamma e il papà che lavorano da casa nella migliore delle ipotesi, o con un genitore che rimane a casa, non pagato, senza lavoro, con l’angoscia del domani, con l’ansia della sopravvivenza, senza un tempo di ritorno. Che traumi? Che difficoltà? E che strategie avranno messo in atto genitori e bambini? Molte sono le domande che ci dobbiamo porre. Esse saranno il punto di partenza per l’avvio ad un atteggiamento di comprensione.
Mi auguro che tutte le mie colleghe, da nord a sud, dal privato al pubblico, abbiano questa consapevolezza nel loro ritorno a lavoro: svolgiamo uno dei lavori più importanti per la crescita dei bambini perché, come sappiamo, è nei primi tre anni di vita che si formano le mappe emotive, attraverso la cura che i bambini ricevono. È grazie ad esse che imparano a sentire il mondo e a reagire agli eventi in maniera proporzionata.
Mi auguro che il bambino e la famiglia siano, tornati alla routine, al centro dello sguardo delle educatrici; solo così li si potrà aiutare in maniera globale. Mi auguro che le polemiche sterili con qualche famigliare antipatico passino in secondo luogo, così come le amarezze fra colleghe e le varie inezie.
Mi auguro di non sentir lamentele delle colleghe quando i genitori saranno frustrati, persi, in difficoltà.. aiutiamoli, ascoltiamoli, accogliamoli.
Noi che lavoriamo con le relazioni, sulle relazioni, e che abbiamo proprio la relazione come strumento del nostro lavoro, siamo ancor di più chiamate ad attuare una riflessione di senso su ciò che sta accadendo. Ora che le relazioni hanno perso la componente più pragmatica e significativa : i gesti, gli sguardi, il contatto corporeo.
Quando torneremo, avremo una storia in più da portare con noi , ma ricordiamoci di ascoltare le storie delle famiglie, dei genitori, dei bambini. Loro ci racconteranno sicuramente qualcosa di prezioso, se non con le parole, con il movimento, con i gesti, con regressioni e bisogni. Prepariamoci ad un nuovo abbraccio.
