Storia di un incontro tra un’educatrice e una bambina Sinti.
Realtà di vita come quella dei nomadi sono molto distanti, da chi, come me, ha avuto la possibilità e la fortuna di nascere e crescere nei quartieri “in” di Milano.
Eppure, quando giri per le scuole pubbliche del Comune ti può capitare di incontrare anche queste realtà. È un incontro duro, ruvido, fastidioso e dissonante; è come il gessetto sulla lavagna, stridulo e che ti fa arricciare bocca e occhi. Pensare che per questi bambini la casa è un campo occupato mi stringe il cuore.
Ma la bellezza è veramente ovunque e ti sorprende quando meno te lo aspetti.
C. è la prima sinti che conosco, in tutta la mia vita. C. ha 4 anni e parla, per tono e modulazione (non per vocabolario), come un adulto. C. sa come si comanda, o meglio, come si danno gli ordini, sa come manipolare i compagni, anche quelli più grandi, per far in modo che facciano ciò che vuole lei. C. non ti guarda col sorriso quando ti incontra per la prima volta, ha uno sguardo duro, ti sta studiando, ti deve capire. Continua a cambiare gioco, e il gioco più interessante rimane la manipolazione dei compagni. Lei non gioca con i giochi dei bambini, lei gioca con i bambini che giocano con i giochi per bambini, come delle marionette.
Appena entri in classe non puoi non notare la sua personalità sgamata, furba, emergente, intelligente. Mentre tutti gli altri bambini parlano con la voce dolce un po’ timida, lei ha il tono più basso e grosso, non si deve mai scusare, per niente. Tiene la bocca chiusa e piccola con gli occhi all’ingiù, un po’ come fanno i camorristi in gomorra, seria. C. vorrebbe comandare anche gli adulti, e lo fa già, di sicuro, sa come ammaliare e come manipolare.
Siamo in giardino, è il secondo giorno che passiamo insieme, si avvicina e mi chiede di giocare al lupo mangia frutta o strega comanda color, le dico <<come mai non ci giochi con i tuoi amici?>> , non mi risponde, alza le spalle; forse si è già annoiata delle solite prede. Io non voglio stare al suo gioco e continuo la mia attività di ricezione di fiori da parte di R, una bambina con un leggero ritardo e che non conosce ancora l’italiano: sono infatti 15 minuti che mi porta fiori gialli disboscando il giardino nonostante le dica <<grazie, ora basta>>. Ma R lo fa col sorriso (quello un po’ inebetito) e io continuo a dirle <<Grazie>>. C. guarda questa scena, senza dire nulla si allontana, e torna con una margherita bianca: <<per te!>> mi dice. Ha già capito come inserirsi per avere le mie attenzioni.

C. mi ha portato l’unica margherita bianca in un prato di margherite gialle. Alla fine giochiamo, nascondo una foglia in una mano e le chiedo in quale mano sia… andiamo avanti per 45 minuti, si aggiunge un altro bimbo e coinvolgo nel gioco anche R . Ovviamente C trova il modo di barare e continuare ad avere lei la foglia in mano, e non vuole coinvolgere troppo R perché non rappresenta una sfida, come posso essere invece io.
C. è bella, ha dei bei lineamenti e gli occhi da cerbiatto, i capelli e i vestiti sono profumati e puliti. Qualcuno a casa si prende cura di lei. Viene da un campo occupato dai Sinti, non lo direi. C. sembra una bambina solo quando dorme. A fine giornata mi spiace salutarla, vorrei che avesse le opportunità che hanno molti bambini privilegiati, che potesse permettersi di essere ingenua e infantile.
Spero di rivederla un giorno.

Bellissimo articolo , davvero coinvolgente.
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