CARO MAESTRO.

LETTERA AD UN MAESTRO DI SCUOLA MATERNA, ANNO 2019.

<<Per cambiare un patello e dare due pappe non serve una laurea>> questo è ciò ho sentito dire da un maestro di materna in una scuola comunale di Milano, con inconfondibile accento siciliano e un viso super abbronzato. <<Bastavano le vecchie magistrali>>, <<questo è solo un lavoro pratico>>, <<fanno studiare per evitare altri episodi di violenza>>, << che poi.. alcune immagini…sono esagerati!!>> .

Caro maestro, non si studia per capire come cambiare un pannolino o imboccare un bambino, per quello è utile il tirocinio sul campo. La formazione del personale, come in ogni lavoro è sempre più specializzata perché il mercato del lavoro è sempre più esigente e specializzato. Nel mondo della formazione e dell’educazione poi ancor di più. Ormai, caro maestro, ci siamo evoluti, le neuroscienze ci dicono quanto siano importanti i primi 3 anni di vita di un bambino, per la formazione delle cosiddette mappe emotive, per l’equilibrio psichico e un crescita globale sana.

Si dice spesso che per educare bisogna essere e per insegnare bisogna sapere, un detto comune abbastanza ignorante e che non condivido ma che suggerisce una chiave indicativa: essere nel senso di essere in sé, a contatto con sé stessi, conoscersi, capirsi, saper tracciare la propria storia di vita, riconoscersi. Questo porta alla conoscenza e all’incontro significativo con l’altro, questo può creare una relazione cosiddetta educativa, che deve essere intenzionale, cosciente. Si studia per darsi una forma, conoscere, avere una linea guida, essere ispirati. Si studia, caro maestro, per dare un senso al proprio lavoro, un senso alto, perché cosa c’è di più alto che un lavoro di cura? Prendersi cura dell’altro, il modo in cui lo si fa, porta a differenti risultati. Se il patello lo cambio senza avere la sensibilità di avere un contatto oculare con il bambino, se non lo faccio con cura e delicatezza, incontrando i suoi sguardi e comprendendoli con empatia, il ritorno che avrà il bambino è quello di essere un mero oggetto nelle mani di un altro ennesimo adulto che gli cambia il patello. Si, questa lezione non la si apprende in tre anni di università, ci vuole poco, sarà nemmeno un capitolo di libro, e il resto ? cosa si impara?

L’università, quella che ho fatto io, mi ha dato l’occasione di conoscere grandi personalità della sociologia, della filosofia, della pedagogia. Ho ascoltato e sono stata rapita dalle lezioni di Demetrio, ho letto libri di Massa, conosciuto Bauman, appassionata di Morin… L’università ad indirizzo umanistico non  dà degli strumenti concreti per il mondo del lavoro, no, ma regala un arricchimento interiore immenso a chi gli permette di farsi formare. Caro maestro, ai concorsi non chiedono titoli sempre più alti per evitare le violenze sui minori. È la legge di mercato, è la specializzazione, il mondo che si evolve e voi primitivi che per paura del non conosciuto criticate ciò che non conoscete, che non avete. Le violenze sul lavoro, nei nidi, nelle materne, quelle fisiche e quelle psicologiche si evitano formando con consapevolezza il personale, prendendosi cura degli educatori e dei lavoratori, si evitano facendo dei colloqui conoscitivi e psicologici alla massa di gente che come lei ha passato un concorso pubblico mettendo 30 crocette.

L’ho sentito dire che il suo non è un bel lavoro, non le piace? Non lo apprezza? Perché ho capito solo che non lo comprende, per ora. Allora si levi, e lasci il posto a qualcuno che invece questo lavoro lo capisce e lo rispetta! Lo dico con un po’ di amarezza perché io sono precaria, e con un po’ di paura perché davvero molte, se non la maggior parte delle maestre ed educatrici che ho conosciuto nella scuola pubblica disprezzano il proprio lavoro, e temo un giorno di diventare come voi. Difatti penso che questo lavoro abbia un limite di tempo, che quando è troppo bisogna smettere perché non può più dare.

E poi… queste mamme, mai una volta che abbiate una parola buona per loro! Ah no, quando una mamma si presenta con una bella borsa allora fate un commento positivo: alla borsa! Ma non vedete quanto amore hanno queste madri per i propri figli? Vi affidano il bene che a loro è più prezioso. Sì, sono strane, non sanno, non conoscono, ma amano infinitamente i loro bimbi, e fanno sorridere se le guardate così. Sostenetele, smettetela di porvi l’uno contro l’altro.

Caro maestro, infine le dico: non vorrei mai averla come collega, né come maestro per un figlio.

Sinceramente,

Laura.

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