È la seconda volta in questa settimana che entro in una casa accolta da una colf filippina. Questa mi apre la porta, mi tende dei calzari e mi indica, mimandone l’azione, di infilarli. Una vasta distesa di tappeti coprono un parquet perfetto, lucido, scuro, splendente. Un’entrata così grande penso di non averla mai vista, statue e oggetti di arredo enormi completano l’ingresso. Molte vetrate divido il salone d’ingresso dalle altre sale. Una voce dura ma squillante indica alla colf di aprirmi l’ingesso ad un salone. Mi da la mano: molle, piccola, sicuramente liscia. Ci presentiamo.” A”, la donna russa, mi illustra i propri bisogni: una baby sitter disponibile durante il week end e qualche sera e pomeriggio durante la settimana, il bambino ha 10 anni e fa molte attività pomeridiane, ha già quattro diversi maestri di ripetizioni per materie; in casa c’è uno chef, una colf, una domestica, un’autista a disposizione. Mi dice che avevano sì una baby sitter, che li ha seguiti per anni, ma è andata via dopo che l’hanno scoperta a rubare.
La donna russa mi racconta tutto con molta freddezza, serietà e distacco. Se devo riconoscere un’emozione in questa conversazione è il disgusto. Il suo, espresso dal tono di voce, duro e distaccato, dalle labbra rimpolpate di filler ma inespressive, dalle sue sopracciglia tatuate e da una sostanza oleosa che si è spalmata sotto gli occhi; ma anche il mio, disgusto, per l’accoglienza fredda e distaccata, per come parla di un bambino, per come tratta le persone, per l’olio che le unge parte del viso e i nei tatuati, che sinceramente mi fanno proprio ribrezzo. A, è la donna russa, nonostante il buon italiano si sente la cadenza russa, e i lineamenti non sono certo mediterranei. Quando racconterò a mia madre di questo incontro, lei la chiamerà “la puttana russa”, o la “non mamma”.
“La puttana russa” vorrebbe che facessi una “prova”, magari domenica! portare il bambino a Buccinasco, con la mia auto (dato che sono automunita), ad una festa a cui il bambino è invitato per poi tornare a casa. Le faccio notare che non ci conosciamo e che per entrambe le parti è affrettata come “prova”. Mi risponde:«da da meglio sabato», che il bambino sarà a casa.
Dal momento in cui mi sono seduta il mio flusso energetico si è fermato, alla bocca dello stomaco ho un nodo: paura, non controllo totale della situazione, timore dell’inaspettato. Mi sto anestetizzando il resto del corpo perché sento di essere in un’altra dimensione, qui la realtà conosciuta non entra, rimane fuori, coperta dai calzari. Forse nemmeno le leggi conosciute entrano qui, in questa casa museo, che potrebbe essere il set di Gomorra. Nemmeno se mi fossi fatta una canna mi sarei sentita così.
Il nostro colloquio non ha sorrisi, espressioni, intese. Non vedo l’ora di uscire da questo palazzo e cominciare a parlare con l’accento russo. Già mi viene da ridere. Un pensiero fugace mi sfiora la mente: e quel bambino? Chissà dov’è.. chissà com’è.. oddio che ansia! Non voglio vedere. Mi mancano già i miei bimbi speciali, tutti i ritardi mentali, gli ADHD, gli autismi che mi fanno innervosire, gli odori stantii di sudore dei bambini agitati, la puzza di merda dei pannolini, anche lo sporco sul pavimento! almeno è reale. Ah! Intanto la russa mi dice che lei avrebbe bisogno per Luglio e Agosto, in vacanza, tra Sardegna e cinque terre… bla bla.. io sono già in un’altra dimensione. Questa volta non c’è stato incontro, nessuna relazione che si possa instaurare. So già che non tornerò. L’idea mi solleva.
Quando esco dalla casa stile Gomorra prendo diretta le scale. Al quarto piano una donna anziana, a modo. Le sorrido. Mi chiede se ho voglia di prendere l’ascensore con lei. Sono tornata alla realtà.
La puttana russa, come dice mia mamma, è una “non mamma”, mi chiedo se lo abbia partorito lei quel figlio, da quale pezzo di plastica sia uscito. Quando impareranno alcune persone che è il tempo il bene più prezioso che si possa dedicare alle persone che si amano, ai figli?
Dopo il mio spettacolo imitativo, che fa sempre sorridere mia mamma, la perla ! La perla di vita: «alcuni perdono pure la dignità per i soldi». Inebriati dall’avere e dal possedere si dimenticano dell’essere, e non lo coltivano.
I soldi come antitesi dell’essere morale… mah si! mi consolo con quest’idea: è per questo che il mio lavoro è sottopagato.
