SULLA FRAGILITÀ

TRA FRAGILITÀ PERSONALE E RELAZIONALE.

« fragilità s. f. [dal lat. fragilĭtas -atis]. –  Qualità, condizione di ciò che è fragile, facilità a rompersi, o diminuita resistenza a traumi…Nella tecnologia dei materiali da costruzione, proprietà caratteristica dei materiali che alle prove meccaniche statiche presentano un carico di elasticità molto prossimo a quello di rottura, con modesto allungamento percentuale, e dei materiali che alle prove dinamiche presentano scarsa resistenza all’urto, cioè bassa resilienza. »

Sembra interessante la definizione e la radice latina della parola fragilità, sia nelle sue declinazioni di uso generico che nel particolare uso per il linguaggio tecnico riguardo la tecnologia dei materiali.  La fragilità ha a che fare con elasticità, rottura, urto, resilienza, carico. Termini che usiamo comunemente anche parlando di relazioni, di stati e di sentiti interiori; li usiamo per descrivere la fragilità delle persone, le esperienze, gli avvenimenti.

Viviamo un’epoca in cui spesso si ha la percezioni che la cosiddetta scala valoriale abbia subito dei cambiamenti, è importante essere prestanti, attuare performance sempre migliori, bisogna sembrare impeccabili in tutto, mostrarsi sicuri ed orgogliosi. In un mondo in cui le maschere hanno sostituito l’essenza e l’essenzialità dell’essere umano, dell’umanità, i tratti più gracili ed insicuri non trovano spazio, perché spesso non trovano riconoscimento. La fragilità ha a che fare con la paura, con l’ignoto, con uno stato d’essere che sembra essere sottile, gracile, da difendere.

La fragilità è personale, nel senso che è diversa e soggettiva e possiede sfumature differenti per ogni persona. La fragilità è umana, è parte integrante, è essenza, ci appartiene, a tutti, come uno stato d’essere che a volte ci tira giù, altre su, altre ancora non vogliamo vedere. È difficile da riconoscere perché le parti più in ombra sono quelle più faticose da indagare e da guardare. La fragilità ci fa paura perché ci parla di possibilità di sofferenza, ci racconta di debolezze, di mancanze; abbiamo paura insomma che qualcosa in noi, negli altri, con gli altri, si spezzi, si rompa, cessi di esistere. Forse allora la fragilità può anche avere a che fare con la fine? Forse sì. Forse ci possiamo rompere, come i materiali, possiamo non essere più come “la forma originaria”. Per fortuna la condizione umana anche se comprende la materia, non è solo questa. La condizione umana ha in sé il potenziale di rispondere agli urti, in tantissimi modi diversi, ognuno personale ed unico. La fragilità allora ha a che fare con la resilienza, perché il riconoscimento di una fragilità ci permette di attuare consapevolmente un processo o una risposta resiliente: quindi non ci rompiamo come i materiali, ma spezzandoci acquisiamo nuova forma. Siamo fragilmente plastici noi umani.

Partendo dalle fragilità personali, riconoscendole, accudendole, avendone cura, tutelandole si può far in modo di arricchire umanamente le relazioni interpersonali e anche quelle d’aiuto. Le relazioni d’aiuto sono per definizione fragili, perché sono tutte diverse ed esistono per molteplici ragioni portate avanti da diversi progetti. Esse hanno bisogno della fragilità personale e del suo riconoscimento per essere loro stesse meno fragili, più forti, più pregne e motivanti.

È quando le fragilità non sono tutelate e riconosciute che si può cadere nel rischio.

[1] TRECCANI: « fragilità s. f.



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